Lo scorso 1° aprile si è spento a Milano Angelo Marcello Cardani, già presidente dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dal 2012 al 2020, professore di economia politica all’Università Bocconi e membro del gabinetto di Mario Monti durante i suoi mandati da commissario europeo dal 1995 al 2004. Componente del comitato scientifico della nostra rivista sin dalla sua fondazione, lo ricordiamo attraverso le parole di Oreste Pollicino.
Ricordare Angelo Cardani significa, per me, ricordare anzitutto una presenza. Non soltanto un economista raffinato, un uomo delle istituzioni, un protagonista della regolazione italiana ed europea delle comunicazioni. Tutto questo appartiene alla sua biografia pubblica e va ricordato: la Bocconi, la London School of Economics, l’insegnamento universitario, l’esperienza europea accanto a Mario Monti, la politica della concorrenza, la presidenza dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in anni decisivi per la trasformazione digitale del Paese. Ma chi ha avuto la fortuna di conoscerlo da vicino sa che in Angelo la dimensione istituzionale non cancellava mai quella umana. Semmai la rendeva più credibile.
Angelo è stato per me un vero amico. Una persona con cui si poteva parlare delle cose più serie senza mai sentirsi schiacciati dalla loro gravità. Aveva profondità, ma non pesantezza. Sapeva entrare nei problemi, anche nei più complessi, senza compiacersi della complessità; e sapeva uscirne con una parola precisa, un sorriso, una battuta lieve, un’intuizione che spostava il punto di osservazione. Non banalizzava mai. Alleggeriva.
In Angelo Cardani la leggerezza non era mai il contrario della profondità. Era piuttosto il modo più elegante di abitarla. Calvino, nelle Lezioni americane, non oppone banalmente leggerezza e serietà: parla dell’opposizione tra leggerezza e peso, ma avverte che sostenere le ragioni della leggerezza non significa negare quelle del peso. È qui che mi pare di ritrovare Angelo. Egli conosceva benissimo il peso delle istituzioni, della regolazione, delle scelte pubbliche che incidono sui mercati, sui diritti, sulle persone. Ma non lasciava che quel peso diventasse pesantezza. Lo trasformava in misura, lucidità, ironia, ascolto. In una parola: autorevolezza.
La sua era una leggerezza adulta. Non fuga dalla realtà, non distacco aristocratico, non indifferenza. Era la leggerezza di chi ha attraversato davvero il peso delle cose e proprio per questo non ha bisogno di esibirlo. Come studioso e come regolatore, Angelo sapeva che le istituzioni vivono di competenza, ma anche di stile; di regole, ma anche di equilibrio; di decisioni, ma anche di responsabilità verso chi di quelle decisioni subisce gli effetti. Il suo modo di esercitare l’autorevolezza non era mai gridato. Non cercava il centro della scena. Eppure lo occupava naturalmente, perché la qualità del giudizio, quando è autentica, non ha bisogno di alzare la voce.
Negli anni della sua presidenza dell’AGCOM, il mondo delle comunicazioni stava cambiando natura. Non era più soltanto il mondo delle frequenze, della televisione, delle reti, del pluralismo informativo nel senso tradizionale. Era già l’ecosistema delle piattaforme digitali, della concentrazione del potere tecnologico, dei diritti degli utenti, della trasformazione del linguaggio pubblico. Angelo ha attraversato quel passaggio con la sobrietà di chi comprende che la regolazione non è mai pura tecnica, ma neppure pura politica. È un esercizio difficile di proporzione: tra mercato e diritti, tra innovazione e garanzie, tra libertà e responsabilità.
Eppure, al di là dei ruoli, ciò che resta con più forza è il modo in cui sapeva stare con le persone. Angelo ascoltava davvero. Non l’ascolto formale di chi attende il proprio turno per parlare, ma l’ascolto raro di chi prende sul serio l’interlocutore. Anche nel dissenso conservava una forma di gentilezza intellettuale. Non aveva bisogno di semplificare l’altro per affermare sé stesso. Questa è una qualità sempre più rara, nella vita pubblica come in quella accademica: la capacità di essere rigorosi senza essere duri, autorevoli senza essere distanti, ironici senza essere superficiali.
Forse è proprio qui che si incontrano l’uomo e il professionista. La competenza di Angelo non era mai separata dalla sua umanità. La sua intelligenza non diventava mai freddezza. La sua esperienza istituzionale non diventava mai posa. C’era in lui una combinazione preziosa di rigore e mitezza: il rigore dello studioso, abituato alla disciplina dell’argomento e alla verifica delle conseguenze; la mitezza dell’uomo che non scambia la forza con l’aggressività, né l’autorevolezza con l’imposizione.
Per questo il suo ricordo non può essere soltanto il ricordo di una carriera importante. È, più profondamente, il ricordo di una qualità umana. Angelo apparteneva a quella categoria di persone che rendono le istituzioni meno fredde e l’intelligenza meno distante. Persone che non sottraggono peso alle cose perché non le prendono sul serio, ma perché sanno portarlo meglio. E forse questa è la forma più alta della leggerezza calviniana: non cancellare il peso del mondo, ma impedirgli di diventare opaco, immobile, insopportabile.
Ricordarlo oggi significa allora custodire una lezione di misura. La misura del pensiero, della parola, della relazione. La misura di chi sa che la profondità non ha bisogno di pesantezza e che la gentilezza non è mai debolezza. In Angelo questa misura era naturale. Era il suo modo di essere amico, maestro, interlocutore, uomo delle istituzioni.
E per questo, nel dolore del distacco, resta soprattutto la gratitudine. Gratitudine per ciò che ha dato alla vita pubblica del Paese. Gratitudine per ciò che ha rappresentato per chi gli è stato vicino. Gratitudine per quella sua capacità, così rara, di attraversare con profondità e leggerezza il peso delle cose.

